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Cassazione, confermata la presenza della ‘ndrangheta in Trentino: 8 condanne nell’inchiesta Perfido

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Confermata la presenza della 'Ndrangheta in Trentino - Picc.it

La sentenza definitiva della Suprema Corte segna una svolta storica: riconosciute infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e politico trentino, pene severe agli imputati

La Corte Suprema di Cassazione ha emesso una sentenza definitiva che conferma senza appello la presenza della ‘ndrangheta in Trentino, confermando otto condanne nell’ambito dell’inchiesta “Perfido”. Questa pronuncia storica segna un punto fermo nell’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e politico della provincia, mettendo in luce come anche regioni del Nord apparentemente immuni non siano esenti dall’influenza delle organizzazioni criminali.

La Suprema Corte ha ratificato le condanne inflitte a otto imputati, per un totale complessivo di oltre 75 anni di carcere, a cui si aggiungono altre tre condanne già definitive emesse in precedenza. L’inchiesta, partita più di dieci anni fa, ha svelato le infiltrazioni nel settore delle cave di porfido della provincia di Trento, un settore ritenuto strategico per la criminalità organizzata.

Le conferme della Cassazione sull’inchiesta “Perfido” e le pene inflitte

Tra gli imputati condannati figura Giuseppe Battaglia, ex assessore di Lona Lases, ritenuto dai pubblici ministeri Maria Colpani e Davide Ognibene “l’iniziatore della silente infiltrazione mafiosa nel tessuto sociale ed economico del Trentino” e organizzatore della ‘locale’ collegata alla cosca Serraino. La sua condanna definitiva è di 11 anni, 10 mesi e 20 giorni. Condanne significative sono state inflitte anche al fratello Pietro Battaglia, ex consigliere comunale, condannato a 9 anni e 6 mesi, e alla moglie di Giuseppe, Giovanna Casagranda, con 9 anni, 2 mesi e 20 giorni, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il cosiddetto “braccio armato” della ‘locale’ è stato identificato in Mario Giuseppe Nania, condannato a 11 anni, 6 mesi e 20 giorni, mentre Demetrio Costantino ha ricevuto una pena di 10 anni, con l’accusa aggiuntiva di voto di scambio per aver promesso voti nelle elezioni provinciali del 2018. Altri imputati come Domenico Ambrogio e Antonino Quattrone hanno ricevuto condanne rispettivamente di 8 anni e 8 mesi e 8 anni e 8 mesi, per atti intimidatori e per aver curato i rapporti con imprenditori e funzionari pubblici.

La sentenza, oltre a ribadire la natura mafiosa dell’organizzazione smascherata, ha riconosciuto anche il reato di caporalato, in sostituzione dell’accusa iniziale di riduzione in schiavitù, sottolineando le gravi condizioni di sfruttamento lavorativo all’interno delle cave.

Il coraggio di Marco Galvagni e il lungo percorso investigativo

L’indagine è partita grazie alle coraggiose denunce di Marco Galvagni, segretario comunale di Lona Lases, che ha svolto un ruolo fondamentale nel far emergere le dinamiche criminali nascoste nel territorio. Inizialmente isolato e osteggiato, Galvagni aveva raccolto migliaia di documenti, incrociato informazioni e analizzato le carte di altre indagini, tra cui l’importante inchiesta “Aemilia”, registrando le mire della famiglia Grande Aracri in Trentino.

Nel 2014, un sequestro in Spagna di un carico misto di porfido e droga aveva fatto scattare i primi allarmi. Galvagni, affrontando dure resistenze locali, aveva contribuito a far luce su un sistema mafioso che agiva in modo subdolo e silenzioso, mimetizzandosi nel tessuto economico trentino. Le sue denunce avevano portato anche a interrogazioni parlamentari, come quella dell’allora ministro M5S Riccardo Fraccaro, che ne aveva sottolineato la necessità di tutela.

Il segretario comunale aveva inoltre citato lo sfogo di un ex ‘ndranghetista di rilievo, secondo cui il Trentino rappresenta un “mandamento occulto”, in cui la presenza mafiosa è forte ma spesso invisibile, riuscendo a gestire affari senza destare sospetti.

L’impatto politico e sociale delle condanne

La sentenza della Cassazione riconosce ulteriormente come la ‘ndrangheta abbia intrecciato rapporti con la politica locale, soprattutto nelle elezioni comunali di Lona Lases e provinciali. Tra gli episodi contestati vi sono le promesse di voti a candidati sindaci e provinciali, sebbene alcune imputazioni in tal senso siano state riformulate o assolte.

Le pene inflitte sono accompagnate da risarcimenti provvisionali a favore di lavoratori cinesi sfruttati, della Provincia, del Comune di Lona Lases e di associazioni antiracket come Libera, nonché di organizzazioni sindacali. La sentenza sottolinea anche la responsabilità di singoli imprenditori e funzionari pubblici collusi con la ‘ndrina.

Le difese hanno già annunciato ricorso in appello, contestando la sussistenza del reato di associazione mafiosa, ma la conferma di otto condanne da parte della Cassazione rappresenta un momento di svolta per la lotta contro le mafie in Trentino.

La Corte Suprema di Cassazione: ruolo e significato della sentenza

La Corte Suprema di Cassazione, con sede a Roma, è il massimo organo giudiziario italiano e giudice di legittimità per le sentenze emesse a livello nazionale. La sua funzione è assicurare l’uniforme interpretazione della legge, intervenendo solo su questioni di diritto e non sul merito dei fatti.

Questa sentenza della Cassazione, emessa nel contesto dell’Anno Giudiziario 2026, sancisce con autorevolezza la presenza della ‘ndrangheta in una regione tradizionalmente considerata “isola felice” e certifica la solidità delle indagini condotte negli anni dai magistrati e dalle forze dell’ordine.

L’inchiesta “Perfido” e la sua conclusione rappresentano un monito e un invito a non sottovalutare mai la capacità delle organizzazioni criminali di infiltrarsi nei territori più impensati, agendo con astuzia e silenzio nell’ombra.

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